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Perché Mirano, assediata dalle costruzioni che la invadono e la soffocano prevalendo sul verde dei giardini, che spariscono con l’avanzare del cemento, non pone un limite all’inevitabile degrado, una adeguata difesa? La campagna intorno al paese, soggiogata e annientata, sopravvive a mala pena nella centuriazione romana. Solo la piazza, anche se in alcune parti deturpata da incongrue costruzioni, resiste e offre, con i suoi palazzetti ed edifici dai lunghi portici, ristoro per gli occhi e per i passi dei viandanti. La ricordo, Mirano, negli anni Cinquanta del ‘900 quando, con la famiglia, siamo arrivati per la prima volta in questo paese immerso nel verde: era d’estate, venivamo da via Parauro e la massa degli alberi frondosi di villa Belvedere, allora villa Erizzo, mi rimane come immagine affascinante e indelebile nella memoria di quel primo incontro. Provenivamo dalle dolci curve della strada oltre villa Magno con gli alti argini erbosi delle chiuse sul fiume Muson. Portavamo con noi dal Friuli, le masserizie che ci raggiunsero nella nuova dimora. Ci accolse l’ampio giardino ombroso di villa Meneghelli dove occupammo il piano terra dividendo gli ampi spazi con una famiglia piemontese che alloggiava al primo piano. Pochi passi ci separavano dal centro del paese lungo via Porara o, per meglio dire, viale perché due filari di splendidi platani ne delimitavano i margini: del resto anche lungo il rettilineo che, a ovest, conduce a Padova, appena superata villa Erico- ora il Patronato- un altro lunghissimo viale donava la sua ombra alle rare automobili e alle numerose biciclette che lo percorrevano. A est, Mestre e Venezia non erano lontane, collegate a Mirano da una filovia dalle carrozze color avorio che, sbucando da Bastia Fuori, stazionavano nella piazza principale dopo averne percorso l’ovale. L’immersione nel verde era allora la peculiarità del paese: ai vasti campi che lo circondavano si univano i grandi parchi delle ville patrizie che numerose sorgono nei dintorni e ancora lambiscono con le loro piante secolari il centro urbano delimitandolo e dando valore e prestigio al territorio. In quegli anni Mirano era tutta nel suo centro storico: pochi passi e si era in piena campagna con lunghi filari di viti, campi di pannocchie, erba medica, siepi di biancospino, gelsi e salici lungo le rive dei fossi e gracidare di rane e frinire di grilli e cicale nelle calde estati di pianura. Non vedevamo più il profilo dei colli e dei monti come ai margini settentrionali della “Bassa friulana” da dove venivamo, pure lì in una campagna rigogliosa e fertile per le risorgive, l’orizzonte era più circoscritto e velato dal calore estivo. L’afa era opprimente anche se per noi bambini, i miei tre fratelli maggiori ed io, tutto era una scoperta sia in paese che appena fuori e nulla ci fermava nelle esplorazioni del nuovo territorio. C’erano delle grandi case coloniche nei pressi con animali nelle stalle e nei cortili: numerose erano le famiglie di contadini che lavoravano in mezzadria i campi che si estendevano a vista d’occhio in tutte le direzioni. Era facile fare amicizia in quegli anni: avevo appena iniziato la scuola elementare e, in breve tempo, ci si conosceva tutti e ci si ritrovava nei giochi in piazza o in pescheria, uno slargo in via Barche, dove ora c’è la fontana con il leone, che frequentavamo rumorosamente. Gli edifici del centro erano abitati e i portici, che delimitano la piazza, molto vivaci per le numerose botteghe che vi si aprivano con le varie merci in mostra e per le donne in crocchio a prendere il fresco e a raccontarsi le novità del giorno sulle sedie impagliate che, con la bella stagione, apparivano la sera fuori le porte; anche per noi bambini era facile e non pericoloso uscire, attraversare le strade e incontrare i compagni per continuare i giochi sotto gli occhi degli adulti. I miei ricordi più belli si riferiscono soprattutto al tempo d’estate con il profumo delle siepi fiorite, le numerosissime lucciole di notte, e di giorno le rondini che sfrecciavano a stormi con gioiosi garriti nel piazzale della ex scuola Petrarca dove avevano i nidi; anche noi bambine sciamavamo con alti gridi alla fine delle lezioni ed eravamo moltissime e altrettanto gioiose. Il canale che attraversa il paese offriva, sia a monte che a valle, grande interesse per noi che andavamo ai “Molini di sopra” per lunghe passeggiate sulle sue rive. Dopo aver superato il sottopasso del mulino dei Benetello dove la farina imbiancava il passaggio e si sentivano i tonfi cadenzati della tramoggia e il profumo che ne usciva, gettavamo uno sguardo veloce alle anguille che si contorcevano nel vivaio a lato del corso d’acqua e proseguivamo facendoci strada tra le alte erbe dell’argine, oltre la chiusa e il vasto bacino del fiume Muson. Incontravamo pescatori con lunghe lenze nella corrente e, talvolta, sorprendevamo ragazzini a sguazzare nell’acqua tra le canne e le anitre spaventate. Credo che anche i miei fratelli abbiano approfittato di qualche tuffo nel canale nei giorni più caldi, in mancanza di moderne piscine. Potevamo anche scegliere di percorrere gli argini più a valle dove il Muson, attraversato il paese, si allarga ai “Molini di sotto” nel grande bacino in cui si specchiava l’allora imponente mole dell’oleificio. Oltre l’arcata del ponte che delimita lo specchio d’acqua, inizia il canale Taglio che, piegando a sud, prosegue il suo corso rettilineo verso Marano e Mira. Con le amiche facevamo passeggiate lunghissime lungo le sue rive e picnic sugli spazi erbosi e tranquilli: era anche una sfida per noi ragazzine spingerci così fuori dal paese verso quello che chiamavamo “prato fiorito” con boschetti di arbusti, vegetazione selvaggia e anche acquitrini con tronchi e rami marcescenti. C’era solitudine e silenzio tutt’attorno: un senso di mistero e un sentimento panico ci prendeva in quelle afose estati lungo sentieri poco frequentati. Si andava avanti con il timore di fare brutti incontri, ma ci si doveva mostrare forti ed ardite. Le frazioni e i paesi intorno ci sembravano molto lontani e raggiungibili solo in bicicletta lungo bianche stradine polverose: ai cancelli dei casolari i cani abbaiavano furenti contro di noi. Passeggiate più rilassanti avvenivano lungo via Porara, ancora non asfaltata, dove abitavamo: il parco della villa con i suoi alberi giganteschi ci offriva mille possibilità di giochi e fantasticherie. La passeggiata più bella e tranquilla era per noi lungo via Belvedere affiancata da ville antiche e delimitata da fossi ampi e brulicanti di vita nelle belle stagioni, ma gelati nei crudi inverni di allora. Il ghiaccio, ricordo, era molto spesso e ci permetteva di scivolare su lucidi lastroni per dimostrare tutta la nostra temerarietà ma, talvolta, anche incoscienza. La strada proseguiva fino alla frazione di Zianigo, la più vicina a Mirano. Circa a metà di questo breve percorso si trova la villa che il pittore veneziano Gian Domenico Tiepolo abitò nell’ultimo periodo della vita e che il padre Gian Battista aveva acquistato per i figli. Il luogo agreste e isolato, sebbene ricco, nella campagna circostante, di dimore che i nobili veneziani raggiungevano via acqua lungo i canali, fu amato e frequentato dall’artista che lasciò importanti affreschi nella sua casa e, come l’illustre padre, lavorò per le chiese della zona e le ville del territorio. Nelle perlustrazioni da ragazzina con le mie amiche, ci sospingevamo solo fino al Tirassegno; all’epoca non sapevamo del grande artista che era stato presente nel miranese, conoscevamo però gli affreschi meravigliosi della villa Pisani di Stra dove i Tiepolo avevano operato: era una meta che si raggiungeva spesso in bicicletta con i nostri genitori per visitare, oltre l’interno del complesso, anche il giardino con il labirinto di bosso e il vasto parco. La magnificenza di quel luogo affascinava anche noi giovinetti e ci offriva la misura dell’importanza dell’arte, dell’architettura e del paesaggio che poi ritrovavamo anche nelle numerose ville patrizie di Mirano. Bellezza e armonia delle forme magistralmente inserite nei giardini all’italiana o all’inglese, furono un vero insegnamento al rispetto, all’apprezzamento e alla valorizzazione di quel patrimonio giunto fino a noi. La campagna che ci abbracciava ci regalava spazi di silenzio, di ritiro, luoghi immaginativi dove l’architettura, ricca delle ville e semplice delle case coloniche, si saldava con la natura circostante senza imporsi su di essa ma, al contrario, lasciandosi lambire in una simbiosi perfetta.

Sticchi Ines Franca