LEGATA AD UN GRANELLO DI SABBIA ….
Alla scoperta del Sahara marocchino, di corsa.
230 km nel deserto. Quando lo si racconta, si fatica a crederci, a capire. Forse, risulterà sempre difficile da metabolizzare e prendere coscienza che una tale impresa che non sia da tutti. Al solo tentativo di spiegare ciò che è successo, tappa dopo tappa, in quei giorni dell’aprile scorso, l’ammirazione lascia spazio allo stupore tipico di chi non riesce a nascondere l’idea che ci debba essere una buona dose di ordinaria follia anche solo per decidere di “imbarcarsi” in un’avventura del genere. Riconosciuto ciò, è bene sottolineare che nono- stante le difficoltà, non sia impossibile. Non è presunzione, anzi. A distanza di qualche mese si ha invece la consapevolezza che tale sensazione è frutto di un’adeguata preparazione fisica e mentale.
Il viaggio è nato peraltro per dimostrare come una donna, sportiva sì, ma alle prime armi nel mondo della corsa e dell’ultra-distanza, potesse affrontare la gara a tappe nel deserto marocchino. Una sfida che si sviluppa su un duplice binario: nella preparazione, combinando l’intensità degli allenamenti con il rit- mo frenetico del quotidiano; in gara, facendo fronte alle insidie delle diverse tappe, da donna, tenendo in considerazione anche aspetti dei quali i runner uomini non devono preoccuparsi.
Correre è un divertimento, un hobby, quando la vita professionale di architetto occupa in modo preponderante le tue giornate, a cui già si affiancano numero- se attività parallele: la redazione di una rivista del settore, l’insegnamento e la ricerca all’università, le visite guidate, i viaggi legati all’architettura… sen- za dimenticare la vita privata. La passione per lo sport e la corsa non può che occupare dunque scampoli di giornate racimolati all’alba, durante la settima- na prima dell’orario di lavoro e qualche ora in più nel weekend. Seppur faticosa si offre quale occasione di evasione dal quotidiano lavorativo verso un mondo altro, fatto di sacrifici e di obiettivi: veri e proprio sogni, così lontani, eppure sempre più tangibili. L’allenamento è fisico, ma soprattutto mentale. Il limite, per natura, rappresenta un momento del percorso, nel quale si individua una fine e allo stesso tempo si apre un nuovo inizio che nasce per essere superato. Come per la gara a Fuerteventura, ecco a voi il mio diario di bordo.
Buona lettura!
Che l’avventura abbia inizio.
Dopo tanto prepararsi eccomi qui nel bel mezzo del Sahara marocchino.
Il viaggio inizia in salita: sveglia alle 4.30, aereo alle 8.20 da Parigi e, una volta atterrata, ben due ore di attesa per il controllo passaporti. Finalmente raggiungo il bus dopo l’immancabile saluto di Patrick Bauer (l’ideatore della corsa). Il viaggio dura ben sei ore, ma non è finita: il bivacco si raggiunge grazie ad una strada che consente il passaggio di un bus alla volta. Risultato: ci sono altri 6 bus in attesa prima del mio e quindi posso raggiungere la mia tenda solo dopo altre due ore! Sono le 21.00 (orario bivacco) e molti già dormono. Cena veloce e via a dormire. Difficile da credere ma la mia prima notte nel deserto è all’insegna del freddo. Il vento penetra ovunque attraverso i lembi alzati della grossa tenda berbera. A nulla serve chiudersi completamente dentro il sacco a pelo. Finalmente il sole sorge e comincia a riscaldare. La prima giornata è dedicata al relax e alla preparazione dei materiali. L’organizzazione verifica il peso dello zaino, i materiali obbligatori ed il certificato medico, poi ricevo il pettorale: 744. Ultima cena servita, l’indomani iniziano le tappe e anche l’au- tosufficienza alimentare.
TAPPA 1 (32.2 KM)
Filano veloci. Un po’ di sabbia – poca – e percorso corribile.
I check points scandiscono la tappa ogni dieci chilometri, fino all’arrivo. Pren- do la mia acqua e riparto: 1 bottiglia al primo, 2 bottiglie al secondo e ben 4 alla fine. Devono bastare fino al primo check point del giorno successivo. 4 ore 21 minuti e sono alla tenda. I primi volano su un altro pianeta: 2.19 il primo uomo Rachid El Morabity e 2.42 la prima donna Ragna Debats. Le prime cose che si guardano quando si arriva al bivacco? In primis, il suolo, se roccioso o sabbio- so: ne va del tuo riposo notturno per terra, sopra un semplice tappeto (soprat- tutto se, come me, per risparmiare spazio e peso nello zaino hai rinunciato al materassino). Da donna, invece, una rapida panoramica sulla posizione dei cespugli: pensate di dover camminare anche chilometri per ottenere una mi- nima privacy, quando agli uomini bastano cinque passi dalla tenda.
TAPPA 2 (32.5 KM)
Oggi si fa sul serio. La distanza è la medesima della prima tappa, ma questa volta la sabbia è predominante: ben 13 chilometri ininterrotti di dune sabbio- se. Il paesaggio è puro spettacolo. Sono proprio queste sinuose ondulazioni a richiamare il deserto del Sahara nell’immaginario comune. Quando parto le aspetto trepidante ma con un po’ di timore: non sono facili da attraversare con 8 kg almeno sulle spalle, il pensiero dell’acqua da gestire ed un sole co- cente alto nel cielo. Il vento un po’ mi salva, abbassa la temperatura perce- pita di qualche grado, ma nello scavallare le dune la sabbia alzata dalle folate arriva diretta in faccia.
Con il bel raffreddore che mi sono portata da casa e la bocca come unica pos- sibilità di respirare la situazione non è sempre simpatica.
L’ultima collina sabbiosa offre la visione verso il secondo check point. Arrivo senza acqua, finita nell’ultimo chilometro. Ultima parte del percorso è una lunga linea su terreno roccioso, poi il traguardo!
Anche questa seconda fatica è finita.
I piedi ancora senza vesciche fanno ben sperare.
Lo zaino nel frattempo, dopo colazione – pranzo e cena, si alleggerisce giorno dopo giorno.
Giovedì, giorno di riposo. La tappa lunga può durare fino a 31 ore dopo la parten- za. L’ultimo runner ancora in gara sta per arrivare e tutto il bivacco si avvicina zoppicante alla zona di arrivo per accoglierlo.
TAPPA 3 (37.1 KM)
Difficile ritornare con la mente alla terza tappa.
Fa parte anch’essa del graduale avvicinamento alla doppia distanza del quarto giorno. Pur sempre 37.1 km da percorrere. I primi 7-8 km posso correre, poi le dune. Non corro, cerco di camminare velocemente. Con passo “veneziano” rie- sco persino a superare qualcuno. Il suolo si alterna tra roccie scure e terreno più compatto fino all’ultimo CP3 al km 31.7, dove mi dicono che mancano soli 5.4 km al bivacco. È fatta, penso. E lo stesso fa Salvatore, un altro italiano incontrato lungo il percorso, senza considerare che la distanza, seppur esigua, è da percor- rere interamente tra le dune sabbiose. Leggere attentamente le istruzioni pri- ma dell’uso, si dice. Vale anche per la Marathon des Sables! Nel roadbook è tutto scritto, eppure riesco sempre a farmi sorprendere! All’arrivo, un sorso di the marocchino disponibile alla fine di ogni tappa e prendo la mia quantità d’acqua prevista. Nota sulle regole del gioco: al termine di ciascuna tappa, così come ai check points intermedi il numero di bottiglie è prestabilito per ogni concorrente. Le bottiglie vengono contrassegnate con il numero di pettorale (se una volta utilizzate si gettano senza comprimerle si assegna una penalità cronometrica… controllo totale, modalità Grande Fratello!).
TAPPA 4 (76.3 KM)
Come ogni mattina i berberi smontano le tende quando ancora sto finendo di prepararmi. Non può che essere una sveglia convincente.
Tutto di nuovo nello zaino, breefing sulla tappa odierna direttamente dal mi- crofono di Patrick e si parte con in sottofondo le note di Highway to hell. Anche questa volta parto correndo ma so – il road book l’ho studiato bene – che di sabbia ce ne sarà molta, talmente tanta da farmi pensare, più tardi, che non ci fosse che quella. Al contrario, seppur per tratti limitati intervallati dalle insidie della sabbia, la tappa offre una varietà incredibile di situazioni: antichi bacini d’acqua oramai arsi, piccoli ruscelli dalle grosse pietre lavate, piccoli villaggi con bimbi che corrono abituati alle elevate temperature e incitano i Runners in cambio di un “bonbon”.
Il risultato: cammino, e tanto! Difficilmente riesco a fare più di 5-6 km in un’ora, sicchè tra un CP e l’altro passano almeno due ore e mezza. Il cronometro pro- cede spedito. Le gambe meno, ma la regola di procedere un passo dopo l’altro mentalmente funziona e mi fa andare avanti. La mia unica preoccupazione è limitare il più possibile i chilometri nel buio, che so essere noiosi e, dunque, in- terminabili.
Quando finalmente il terreno diventa solido e piatto ricomincio a correre. Le mie gambe ringraziano. Camminare a lungo può essere perfino più stancante. In lon- tananza, però, si scorge una coltre bianca: è la sabbia sollevata dal vento; una sorta di tempesta di sabbia a cui stiamo andando incontro. I successivi chilo- metri controvento sono difficili ma al tempo stesso più freschi dei 40 gradi pre- cedenti. E così, dopo quasi 11 ore dal via, il sole tramonta oltre le alture sabbiose e giunge il momento di utilizzare la lampada frontale. Non vorrei essere da sola, ma come spesso accade non c’è nessuno degli altri runners nelle vicinanze. E allora decido di sfruttare la tecnologia e ascoltare un po’ di musica, o meglio, quello che offre la memoria del cellulare. Risultato: una canzone, bella, in loop dal km 56 al 62. Qui raggiungo il CP5 (il penultimo) e mi accodo ad un gruppo di ragazzi inglesi che mi adottano fino al traguardo. Abbiamo lo stesso passo e ci teniamo compagnia, sanno un po’ di italiano e lei, Emma ha un’amica veneziana che le ha insegnato qualche parola in dialetto. Piccolo il mondo!
Il traguardo si intravede ma il contachilometri dice che è ancora lontano, ma arrivati agli ultimi 500 metri decidiamo di sprintare assieme per finire entro le 15 ore. Mission accomplished!
E domani maratona secca, 42.195 km. Vesciche permettendo.
TAPPA 5 (42.195 KM – MARATHON STAGE)
È l’ultima. All’arrivo sarà medaglia.
A livello mentale dovrebbe essere la più facile e, invece, la mia testa comincia a ragionare al contrario. In un certo senso si rilassa, solo 42 km, penso. Ed un secondo dopo quel “solo” si tramuta in un pensiero più razionale: una maratona è tutt’altro che uno scherzo e con il mio passo significa almeno 7 ore là fuori. Tra i pensieri altalenanti arrivo alla prima scalata – jebel El Otfal – e in coda, pia- no piano, raggiungo la cima. Da lassù il panorama sulla distesa di sabbia si apre a 360 gradi e ti ripaga della fatica. La discesa è tecnica, la sabbia lascia spazio a grosse lastre di pietra scura, e guadagno qualche posizione. Raggiunto il piano, un’immensa distesa bianca, mi assale la noia. Un incubo. I piedi cominciano ad essere stanchi e vorrebbero camminare, ma la testa annoiata preferisce cor- rere. Così si accorcia la “pena”. Risultato: corro, piano, molto piano, ma corro. Nonostante le mie difficoltà la tappa è molto bella. Distese sabbiose, più o meno compatte, si alternano a salite su grandi dune da attraversare, per raggiungere un altro pianoro di pietrame scuro. Ma la testa oggi non va. Decido di combatterla fermandomi il meno possibile ali check points e continuare la marcia verso l’arrivo. In qualche modo funziona e dalla fine dell’ultima salita si scorge l’ultimo bivacco e la linea d’arrivo. Sento urla di felicità provenire dai runner dietro di me. Manca poco, penso. Gli ultimi 3 km sono una lunga discesa di sabbia, con l’arrivo all’orizzonte.
In uno schioccare di dita, la noia sparisce e lascia spazio ad una residua forza di correre. L’ultimo “bip” del chip di controllo è una liberazione e attraversa- re l’arco gonfiabile, lo stesso attraversato già altre quattro volte (nove se si contano le partenze) sprigiona una grande soddisfazione. Ce l’ho fatta!
Mi inchino a Patrick, che tiene in mano la mia medaglia. Lui replica con “voilà, la princesse !” (Ahahah), mi abbraccia e si congratula.
Questa gara nulla sarebbe senza Patrick Bauer, lo stesso ragazzotto che nel 1984 si avventurò in completa autonomia in un deserto allora del tutto sco- nosciuto ma leggendario.
Ancora oggi, dopo ben 34 edizioni, è lui in persona che ti accoglie all’uscita dall’aeroporto di Ouarzazate quando raggiungi il Marocco, è sempre lui che ogni mattina, sul tetto della jeep con in mano un microfono, spiega la tappa della giornata, lo stesso che incontri ai vari CP nelle diverse giornate, con un sorriso sempre incoraggiante. È lui infine che al traguardo dell’ultima gior- nata, pone la medaglia attorno al tuo collo. La temperatura raggiunge i 40 gradi e i quasi 800 concorrenti arrivano alla spicciolata. Eppure è lì, per tutti. Dimostrazione di qualcosa che va oltre una mera operazione di marketing. È lo spirito e la memoria di un’avventura – la sua – che si rinnova ogni anno, mai uguale a se stessa. Chi partecipa è qui anche per questo, per il privilegio di non sentirsi semplicemente un numero – quello del pettorale.
Oltre c’è la webcam live della zona dell’arrivo: è il momento dell’ultimo bal- letto. Il “picoeta” (dal veneziano, piccoletta) che è scritto sul mio braccio e che mi ha accompagnato per tutti questi difficili chilometri è tutto per un meraviglioso gruppo di Runners che alle 6.30 della mattina percorre chilometri tra le calli veneziane per allenarsi (grazie Running Club Venezia!). All’indomani la tappa conclusiva di soli 6 km è la tappa della solidarietà. Si corre/cammi- na tutti insieme indossando la maglietta ricevuta il giorno precedente. Una grande bolla blu si muove sulla sabbia. Il fruscio dei passi pesanti e, spesso, doloranti che si trascinano sulla sabbia si accompagna al vociare costante. La competizione è davvero finita e si annullano le differenze. Attraverso quell’ar- co gonfiabile per l’ultima volta e poi diretta sul bus direzione Ouarzazate. La doccia mi aspetta!
E ora a bordo piscina, ho il tempo per riflettere sui giorni passati. Anche quando il segno di un’abbronzatura terribile fatta di maglietta, pantaloncini e ghette sarà sparito e le vesciche inevitabilmente spuntate sui miei piedi si saranno riassorbite, di questa incredibile Marathon des Sables rimarrà molto di più. Resterà il ricordo di un’impresa, di una sfida con me stessa, di coloro che con me – vicini e lontani – hanno sofferto per poi gioire di entusiasmo e soddisfazione. Un giorno qualcuno ha detto, il traguardo non è la fine ma piuttosto la spinta verso un nuovo inizio.
Alla prossima avventura!
di Alessandra Rampazzo
230 km nel deserto. Quando lo si racconta, si fatica a crederci, a capire. Forse, risulterà sempre difficile da metabolizzare e prendere coscienza che una tale impresa che non sia da tutti. Al solo tentativo di spiegare ciò che è successo, tappa dopo tappa, in quei giorni dell’aprile scorso, l’ammirazione lascia spazio allo stupore tipico di chi non riesce a nascondere l’idea che ci debba essere una buona dose di ordinaria follia anche solo per decidere di “imbarcarsi” in un’avventura del genere. Riconosciuto ciò, è bene sottolineare che nono- stante le difficoltà, non sia impossibile. Non è presunzione, anzi. A distanza di qualche mese si ha invece la consapevolezza che tale sensazione è frutto di un’adeguata preparazione fisica e mentale.
Il viaggio è nato peraltro per dimostrare come una donna, sportiva sì, ma alle prime armi nel mondo della corsa e dell’ultra-distanza, potesse affrontare la gara a tappe nel deserto marocchino. Una sfida che si sviluppa su un duplice binario: nella preparazione, combinando l’intensità degli allenamenti con il rit- mo frenetico del quotidiano; in gara, facendo fronte alle insidie delle diverse tappe, da donna, tenendo in considerazione anche aspetti dei quali i runner uomini non devono preoccuparsi.
Correre è un divertimento, un hobby, quando la vita professionale di architetto occupa in modo preponderante le tue giornate, a cui già si affiancano numero- se attività parallele: la redazione di una rivista del settore, l’insegnamento e la ricerca all’università, le visite guidate, i viaggi legati all’architettura… sen- za dimenticare la vita privata. La passione per lo sport e la corsa non può che occupare dunque scampoli di giornate racimolati all’alba, durante la settima- na prima dell’orario di lavoro e qualche ora in più nel weekend. Seppur faticosa si offre quale occasione di evasione dal quotidiano lavorativo verso un mondo altro, fatto di sacrifici e di obiettivi: veri e proprio sogni, così lontani, eppure sempre più tangibili. L’allenamento è fisico, ma soprattutto mentale. Il limite, per natura, rappresenta un momento del percorso, nel quale si individua una fine e allo stesso tempo si apre un nuovo inizio che nasce per essere superato. Come per la gara a Fuerteventura, ecco a voi il mio diario di bordo.
Buona lettura!
Che l’avventura abbia inizio.
Dopo tanto prepararsi eccomi qui nel bel mezzo del Sahara marocchino.
Il viaggio inizia in salita: sveglia alle 4.30, aereo alle 8.20 da Parigi e, una volta atterrata, ben due ore di attesa per il controllo passaporti. Finalmente raggiungo il bus dopo l’immancabile saluto di Patrick Bauer (l’ideatore della corsa). Il viaggio dura ben sei ore, ma non è finita: il bivacco si raggiunge grazie ad una strada che consente il passaggio di un bus alla volta. Risultato: ci sono altri 6 bus in attesa prima del mio e quindi posso raggiungere la mia tenda solo dopo altre due ore! Sono le 21.00 (orario bivacco) e molti già dormono. Cena veloce e via a dormire. Difficile da credere ma la mia prima notte nel deserto è all’insegna del freddo. Il vento penetra ovunque attraverso i lembi alzati della grossa tenda berbera. A nulla serve chiudersi completamente dentro il sacco a pelo. Finalmente il sole sorge e comincia a riscaldare. La prima giornata è dedicata al relax e alla preparazione dei materiali. L’organizzazione verifica il peso dello zaino, i materiali obbligatori ed il certificato medico, poi ricevo il pettorale: 744. Ultima cena servita, l’indomani iniziano le tappe e anche l’au- tosufficienza alimentare.
TAPPA 1 (32.2 KM)
Filano veloci. Un po’ di sabbia – poca – e percorso corribile.
I check points scandiscono la tappa ogni dieci chilometri, fino all’arrivo. Pren- do la mia acqua e riparto: 1 bottiglia al primo, 2 bottiglie al secondo e ben 4 alla fine. Devono bastare fino al primo check point del giorno successivo. 4 ore 21 minuti e sono alla tenda. I primi volano su un altro pianeta: 2.19 il primo uomo Rachid El Morabity e 2.42 la prima donna Ragna Debats. Le prime cose che si guardano quando si arriva al bivacco? In primis, il suolo, se roccioso o sabbio- so: ne va del tuo riposo notturno per terra, sopra un semplice tappeto (soprat- tutto se, come me, per risparmiare spazio e peso nello zaino hai rinunciato al materassino). Da donna, invece, una rapida panoramica sulla posizione dei cespugli: pensate di dover camminare anche chilometri per ottenere una mi- nima privacy, quando agli uomini bastano cinque passi dalla tenda.
TAPPA 2 (32.5 KM)
Oggi si fa sul serio. La distanza è la medesima della prima tappa, ma questa volta la sabbia è predominante: ben 13 chilometri ininterrotti di dune sabbio- se. Il paesaggio è puro spettacolo. Sono proprio queste sinuose ondulazioni a richiamare il deserto del Sahara nell’immaginario comune. Quando parto le aspetto trepidante ma con un po’ di timore: non sono facili da attraversare con 8 kg almeno sulle spalle, il pensiero dell’acqua da gestire ed un sole co- cente alto nel cielo. Il vento un po’ mi salva, abbassa la temperatura perce- pita di qualche grado, ma nello scavallare le dune la sabbia alzata dalle folate arriva diretta in faccia.
Con il bel raffreddore che mi sono portata da casa e la bocca come unica pos- sibilità di respirare la situazione non è sempre simpatica.
L’ultima collina sabbiosa offre la visione verso il secondo check point. Arrivo senza acqua, finita nell’ultimo chilometro. Ultima parte del percorso è una lunga linea su terreno roccioso, poi il traguardo!
Anche questa seconda fatica è finita.
I piedi ancora senza vesciche fanno ben sperare.
Lo zaino nel frattempo, dopo colazione – pranzo e cena, si alleggerisce giorno dopo giorno.
Giovedì, giorno di riposo. La tappa lunga può durare fino a 31 ore dopo la parten- za. L’ultimo runner ancora in gara sta per arrivare e tutto il bivacco si avvicina zoppicante alla zona di arrivo per accoglierlo.
TAPPA 3 (37.1 KM)
Difficile ritornare con la mente alla terza tappa.
Fa parte anch’essa del graduale avvicinamento alla doppia distanza del quarto giorno. Pur sempre 37.1 km da percorrere. I primi 7-8 km posso correre, poi le dune. Non corro, cerco di camminare velocemente. Con passo “veneziano” rie- sco persino a superare qualcuno. Il suolo si alterna tra roccie scure e terreno più compatto fino all’ultimo CP3 al km 31.7, dove mi dicono che mancano soli 5.4 km al bivacco. È fatta, penso. E lo stesso fa Salvatore, un altro italiano incontrato lungo il percorso, senza considerare che la distanza, seppur esigua, è da percor- rere interamente tra le dune sabbiose. Leggere attentamente le istruzioni pri- ma dell’uso, si dice. Vale anche per la Marathon des Sables! Nel roadbook è tutto scritto, eppure riesco sempre a farmi sorprendere! All’arrivo, un sorso di the marocchino disponibile alla fine di ogni tappa e prendo la mia quantità d’acqua prevista. Nota sulle regole del gioco: al termine di ciascuna tappa, così come ai check points intermedi il numero di bottiglie è prestabilito per ogni concorrente. Le bottiglie vengono contrassegnate con il numero di pettorale (se una volta utilizzate si gettano senza comprimerle si assegna una penalità cronometrica… controllo totale, modalità Grande Fratello!).
TAPPA 4 (76.3 KM)
Come ogni mattina i berberi smontano le tende quando ancora sto finendo di prepararmi. Non può che essere una sveglia convincente.
Tutto di nuovo nello zaino, breefing sulla tappa odierna direttamente dal mi- crofono di Patrick e si parte con in sottofondo le note di Highway to hell. Anche questa volta parto correndo ma so – il road book l’ho studiato bene – che di sabbia ce ne sarà molta, talmente tanta da farmi pensare, più tardi, che non ci fosse che quella. Al contrario, seppur per tratti limitati intervallati dalle insidie della sabbia, la tappa offre una varietà incredibile di situazioni: antichi bacini d’acqua oramai arsi, piccoli ruscelli dalle grosse pietre lavate, piccoli villaggi con bimbi che corrono abituati alle elevate temperature e incitano i Runners in cambio di un “bonbon”.
Il risultato: cammino, e tanto! Difficilmente riesco a fare più di 5-6 km in un’ora, sicchè tra un CP e l’altro passano almeno due ore e mezza. Il cronometro pro- cede spedito. Le gambe meno, ma la regola di procedere un passo dopo l’altro mentalmente funziona e mi fa andare avanti. La mia unica preoccupazione è limitare il più possibile i chilometri nel buio, che so essere noiosi e, dunque, in- terminabili.
Quando finalmente il terreno diventa solido e piatto ricomincio a correre. Le mie gambe ringraziano. Camminare a lungo può essere perfino più stancante. In lon- tananza, però, si scorge una coltre bianca: è la sabbia sollevata dal vento; una sorta di tempesta di sabbia a cui stiamo andando incontro. I successivi chilo- metri controvento sono difficili ma al tempo stesso più freschi dei 40 gradi pre- cedenti. E così, dopo quasi 11 ore dal via, il sole tramonta oltre le alture sabbiose e giunge il momento di utilizzare la lampada frontale. Non vorrei essere da sola, ma come spesso accade non c’è nessuno degli altri runners nelle vicinanze. E allora decido di sfruttare la tecnologia e ascoltare un po’ di musica, o meglio, quello che offre la memoria del cellulare. Risultato: una canzone, bella, in loop dal km 56 al 62. Qui raggiungo il CP5 (il penultimo) e mi accodo ad un gruppo di ragazzi inglesi che mi adottano fino al traguardo. Abbiamo lo stesso passo e ci teniamo compagnia, sanno un po’ di italiano e lei, Emma ha un’amica veneziana che le ha insegnato qualche parola in dialetto. Piccolo il mondo!
Il traguardo si intravede ma il contachilometri dice che è ancora lontano, ma arrivati agli ultimi 500 metri decidiamo di sprintare assieme per finire entro le 15 ore. Mission accomplished!
E domani maratona secca, 42.195 km. Vesciche permettendo.
TAPPA 5 (42.195 KM – MARATHON STAGE)
È l’ultima. All’arrivo sarà medaglia.
A livello mentale dovrebbe essere la più facile e, invece, la mia testa comincia a ragionare al contrario. In un certo senso si rilassa, solo 42 km, penso. Ed un secondo dopo quel “solo” si tramuta in un pensiero più razionale: una maratona è tutt’altro che uno scherzo e con il mio passo significa almeno 7 ore là fuori. Tra i pensieri altalenanti arrivo alla prima scalata – jebel El Otfal – e in coda, pia- no piano, raggiungo la cima. Da lassù il panorama sulla distesa di sabbia si apre a 360 gradi e ti ripaga della fatica. La discesa è tecnica, la sabbia lascia spazio a grosse lastre di pietra scura, e guadagno qualche posizione. Raggiunto il piano, un’immensa distesa bianca, mi assale la noia. Un incubo. I piedi cominciano ad essere stanchi e vorrebbero camminare, ma la testa annoiata preferisce cor- rere. Così si accorcia la “pena”. Risultato: corro, piano, molto piano, ma corro. Nonostante le mie difficoltà la tappa è molto bella. Distese sabbiose, più o meno compatte, si alternano a salite su grandi dune da attraversare, per raggiungere un altro pianoro di pietrame scuro. Ma la testa oggi non va. Decido di combatterla fermandomi il meno possibile ali check points e continuare la marcia verso l’arrivo. In qualche modo funziona e dalla fine dell’ultima salita si scorge l’ultimo bivacco e la linea d’arrivo. Sento urla di felicità provenire dai runner dietro di me. Manca poco, penso. Gli ultimi 3 km sono una lunga discesa di sabbia, con l’arrivo all’orizzonte.
In uno schioccare di dita, la noia sparisce e lascia spazio ad una residua forza di correre. L’ultimo “bip” del chip di controllo è una liberazione e attraversa- re l’arco gonfiabile, lo stesso attraversato già altre quattro volte (nove se si contano le partenze) sprigiona una grande soddisfazione. Ce l’ho fatta!
Mi inchino a Patrick, che tiene in mano la mia medaglia. Lui replica con “voilà, la princesse !” (Ahahah), mi abbraccia e si congratula.
Questa gara nulla sarebbe senza Patrick Bauer, lo stesso ragazzotto che nel 1984 si avventurò in completa autonomia in un deserto allora del tutto sco- nosciuto ma leggendario.
Ancora oggi, dopo ben 34 edizioni, è lui in persona che ti accoglie all’uscita dall’aeroporto di Ouarzazate quando raggiungi il Marocco, è sempre lui che ogni mattina, sul tetto della jeep con in mano un microfono, spiega la tappa della giornata, lo stesso che incontri ai vari CP nelle diverse giornate, con un sorriso sempre incoraggiante. È lui infine che al traguardo dell’ultima gior- nata, pone la medaglia attorno al tuo collo. La temperatura raggiunge i 40 gradi e i quasi 800 concorrenti arrivano alla spicciolata. Eppure è lì, per tutti. Dimostrazione di qualcosa che va oltre una mera operazione di marketing. È lo spirito e la memoria di un’avventura – la sua – che si rinnova ogni anno, mai uguale a se stessa. Chi partecipa è qui anche per questo, per il privilegio di non sentirsi semplicemente un numero – quello del pettorale.
Oltre c’è la webcam live della zona dell’arrivo: è il momento dell’ultimo bal- letto. Il “picoeta” (dal veneziano, piccoletta) che è scritto sul mio braccio e che mi ha accompagnato per tutti questi difficili chilometri è tutto per un meraviglioso gruppo di Runners che alle 6.30 della mattina percorre chilometri tra le calli veneziane per allenarsi (grazie Running Club Venezia!). All’indomani la tappa conclusiva di soli 6 km è la tappa della solidarietà. Si corre/cammi- na tutti insieme indossando la maglietta ricevuta il giorno precedente. Una grande bolla blu si muove sulla sabbia. Il fruscio dei passi pesanti e, spesso, doloranti che si trascinano sulla sabbia si accompagna al vociare costante. La competizione è davvero finita e si annullano le differenze. Attraverso quell’ar- co gonfiabile per l’ultima volta e poi diretta sul bus direzione Ouarzazate. La doccia mi aspetta!
E ora a bordo piscina, ho il tempo per riflettere sui giorni passati. Anche quando il segno di un’abbronzatura terribile fatta di maglietta, pantaloncini e ghette sarà sparito e le vesciche inevitabilmente spuntate sui miei piedi si saranno riassorbite, di questa incredibile Marathon des Sables rimarrà molto di più. Resterà il ricordo di un’impresa, di una sfida con me stessa, di coloro che con me – vicini e lontani – hanno sofferto per poi gioire di entusiasmo e soddisfazione. Un giorno qualcuno ha detto, il traguardo non è la fine ma piuttosto la spinta verso un nuovo inizio.
Alla prossima avventura!
di Alessandra Rampazzo

